2010 - Mostra PRIMA DEI PIXEL

 
 
 
 
 
 
 
Coperitina PRIMA DEI PIXEL Attrezzature fotografiche dai depositi del F.A.S.T.

Attrezzature fotografiche dai depositi del F.A.S.T.

La mostra “Prima dei pixel. Attrezzature fotografiche dai depositi del F.A.S.T.”, è la terza delle mostre programmate dal FAST per far conoscere il patrimonio custodito. Perché una mostra di attrezzature fotografiche? In fondo non c’è proporzione tra il numero importante del patrimonio fotografico (quasi 300.000 fotografie) e la raccolta di attrezzature che supera di poco i cento pezzi. Non basta da solo a giustificare la scelta il fascino di questi oggetti: il prezioso fondale su

cui immaginiamo stagliarsi nobiluomini baffuti e impettiti, dame agghindate con sfarzosi vestiti e buffi cappelli, bambini spazientiti dalle lunghe attese; oppure la camera fotografica in legno, che sbalordisce prima e più che per la dotazione ottica come esempio pregevole di ebanisteria; o gli svariati sistemi di illuminazione che ci fanno ricordare le sedute negli studi fotografici, la ricerca da parte del fotografo della giusta luce per ottenere un bel ritratto che non servisse solo per il documento di identità, ma ricordasse una tappa della vita.

Un motivo importante è l’esigenza di ringraziare, rendendo pubblico il fatto, i fotografi che hanno affidato al FAST gli oggetti che li avevano accompagnati nel corso della loro attività, anziché disfarsene come purtroppo molto spesso è avvenuto. Parliamo per primo del fotografo Bernacchi erede del famoso Studio Paggiaro, perché è stato appunto il primo in ordine di tempo a dare al FAST le attrezzature di cui era in possesso, poi di Enrico Mattion che ha fatto altrettanto quando ha chiuso lo studio che gestiva a Oderzo, in via Garibaldi. Ettore Bragaggia, senza voler fare graduatorie, se vogliamo ha fatto ancora di più perché, abbassata

la serranda del suo ultimo studio in via IV Novembre, ha trasferito al FAST tutto quello che c’era dentro, comprese carte fotografiche, bacinelle e liquidi per lo sviluppo e la stampa, non con intento conservativo, ma con l’intenzione dichiarata, invece, di ricreare il suo studio altrove, e di continuare a farlo vivere non più con finalità commerciali, ma didattiche.

Purtroppo non è stato ancora possibile realizzare il suo sogno. Analoga motivazione hanno avuto i titolari della ditta Mikros che fino a non molto tempo fa si trovava a Treviso vicino allo stadio, rimasti tra gli ultimi a svolgere un lavoro prezioso: la riparazione delle attrezzature fotografiche.

L’ultima donazione è stata fatta dagli attuali titolari dello Studio Piccinni nel

momento in cui il digitale ha preso il sopravvento sulla fotografia analogica.

Quando abbiamo cominciato a esaminare i singoli oggetti a uno a uno per operare la selezione, si è delineato con chiarezza il motivo prevalente: questi oggetti che appartengono all’archeologia dal punto di vista tecnico, rappresentano anche l’archeologia del vedere. In presenza di una “vecchia” macchina fotografica viene spontaneo il confronto tra come si catturava la realtà un tempo e come lo si fa oggi: la ricerca attenta della migliore inquadratura, la scelta della giusta luce che portava a differire lo scatto. Poi ingranditori, bacinelle, pinze, essiccatoi ci riportano alla memoria l’attesa determinata dai tempi dello sviluppo e della stampa per poter avere in mano la fotografia, che era appunto un qualcosa di fisico, identificabile con vista-tatto-olfatto. Osservazione della realtà, lentezza nell’esecuzione, fisicità nel risultato.

Se oggi a una persona viene in mente di fare una fotografia, tira fuori il cellulare o la fotocamera digitale e senza pensarci più di tanto scatta scatta scatta, tanto in un attimo il display restituisce la fotografia o meglio il mosaico di pixel e non ci vuole niente a cancellare le immagini sbagliate.

Ecco, il senso di questa mostra sta proprio nel fatto che questi oggetti inducono in chi ne conosce il funzionamento e in chi incuriosito lo apprende ora, una riflessione su come vediamo oggi.

Non ci aspettiamo certo che si riprenda a fotografare con le vecchie macchine fotografiche, ma confidiamo nel fatto che il visitatore possa accrescere la sua consapevolezza critica sul fatto che la realtà deriva dal modo in cui si tenta di rappresentare l’esperienza.

 

Marzio Favero

Assessore ai Beni Culturali

 
 

Treviso, 13 gennaio 2011

 

 
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