Fotostorica 15/16 - Ottobre 2001 Dossier: Fotografia e design e design della fotografia

 
 
 
 
 
 
 
Marco Mirè, Los Angeles 2001 Progetto digitale tridimensionale

Linguaggio fotografico e design visivo
Italo Zannier

La fotografia è, tra le tecniche della comunicazione, la più popolare, soprattutto per l’apparente facilità d’esecuzione, che è poi la sua forza primaria, ma anche motivo di vaste diffidenze; “fotografare è facile”: uno slogan, il titolo di un manuale, un luogo comune cui si deve in larga misura l’emarginazione di questo mezzo di rappresentazione, così determinante nella cultura contemporanea.
L’hobby più diffuso è la fotografia; la sua pratica sollecita l’interesse di sociologi e psicologi; un imponente apparato industriale presiede a questa attività, che vede ogni giorno concludersi un ritmo d’affari vertiginoso.

 

Ma la fotografia è un prodotto intellettuale (lo è sempre, anche nell’opera disimpegnata e festaiola del fotoamatore domenicale) che viene quotidianamente fruito, spesso inconsciamente, tramite il giornale, il libro, la pubblicità, in un incontro – spesso uno scontro – con quell’immagine magicamente restituita di persone e oggetti, che ha determinato un nuovo modo di leggere, ma anche un nuovo modo di vedere. “L’illetterato del futuro sarà colui che non conosca l’uso della macchina fotografica come quello della penna” scriveva quarant’anni orsono Moholy-Nagy; una profezia che, pure nella sua retorica, si è realizzata nel rapido evolversi delle vicende della nostra società, di una cultura che sempre di più
necessita del dialogo; di un colloquio, che la fotografia (I’immagine) consente in grande misura, con la sua universalità arcaica, ma soprattutto – e ciò ne qualifica lo specifico e ne differenzia il potenziale comunicativo nei confronti di altri mezzi tradizionali di figurazione, come la pittura e il disegno, che per secoli hanno soprattutto svolto il compito di “illustrare”, di “informare” – con la capacità congenita che essa ha di moltiplicarsi, di diffondersi.
La fotografia è un linguaggio, prima ancora di essere una tecnica o una arte, che gode della più ampia e autonoma capacità comunicativa, con leggi grammaticali e sintattiche che lo caratterizzano e differenziano da altri media espressivi.
Il linguaggio della fotografia si esprime soprattutto attraverso la scelta che il fotografo compie nella realtà (o meglio nell’apparenza della realtà) utilizzando i caratteri specifici della sua attitudine rappresentativa, sintetizzabili nella facoltà di esaminare e descrivere l’oggetto attraverso una inarrivabile lettura microfisionomica del dettaglio, e di congelare la situazione dinamica, labile, dell’evento, in una immagine bidimensionale che ne è il risultato.
Il fotografo quindi è costretto ad esprimere attraverso queste capacità figurative, una sintesi, che sottintende ovviamente una analisi della realtà, condizionata da cultura e ideologia, che ci accompagnano anche dietro il mirino dell’apparecchio fotografico, che è un “terzo occhio”, piuttosto che l’occhio di un ciclope.
Fotografare significa scegliere quindi vedere (non solo guardare) brani di realtà, secondo libere, soggettive angolazioni prospettiche, attraverso un medium – lo strumento fotografico – che sollecita ad occupare una determinata posizione nello spazio, un luogo, che in ogni caso corrisponde alla personale topologia ideologica e intellettuale.
“Fotografia come scelta”, una scelta che coinvolge totalmente attraverso la palese, inequivocabile acquisizione nel rettangolo del mirino-cornice, degli elementi utili non solo ad informare, a documentare, ma a proporre un personale, qualificante point de vue.

 

Ora se l’insegnamento della fotografia può risultare utile sino dal periodo della scuola elementare (potremmo ritenerlo necessario, come recenti esperienze dimostrano, se non altro per avviare a una lettura dell’immagine, che sia cosciente e attenta a individuare ambiguità e mistificazioni) in una scuola di design appare uno strumento didattico di straordinaria efficacia, al di là di ogni strumentalità dove spesso viene relegata, con scopi meramente riproduttivi, a livello artigianale, o – ancor peggio – con false ed equivoche velleità “artistiche” di estrazione pittoricistica.
Il linguaggio fotografico si propone innanzitutto per il ruolo insostituibile che esso consente nell’addestramento visivo, proprio per il suo carattere eminentemente selettivo, che obbliga a incorniciare il paesaggio umano a ogni livello dimensionale, dal “molto piccolo” (micro e macro fotografia) al “molto grande” (spazio fruito dinamicamente dalI’uomo nella sua consueta dimensione visiva), ne rivela la struttura intima e illeggibile, che fissa infine con una “obiettività” quasi improbabile, che la percettività animale dell’occhio umano ha imparato a intuire, a “immaginare” attraverso la rivelazione che la fotografia ha compiuto in una fenomenologia visiva sconosciuta solo cent’anni addietro.
Lo studente-fotografo, attraverso questo addestramento, compie un’azione progettuale per mezzo di una cosciente e razionale utilizzazione delle innumerevoli possibilità tecniche, ottico-chimiche, della fotografia e la preventiva individuazione delle conseguenze visive provocate sia in sede di ripresa, che in laboratorio, al fine di ottenere una immagine bidimensionale, che sarà la trasposizione concreta del cono visuale prospettico percepito dall’occhio nello spazio reale; questa immagine è il risultato di una compressione della realtà oggettuale su un rettangolo a due dimensioni, che il lettore dovrà a sua volta essere in grado di recuperare, ricostituendo psicologicamente lo spazio, per cogliere non solo le notizie, ma anche le idee, delle quali la fotografia è una formulazione.

 

Quale l’approccio dello studente alla fotografia?
Considerando che questo linguaggio è per lo più nuovo a gran parte degli allievi, risulta indispensabile introdurre alla problematica della fotografia, ancor prima che attraverso esperienze operative, illustrandone invece lo sviluppo storico ed estetico, con una serie di lezioni, corredate dalla proiezione di diapositive, che illustrino l’opera dei fotografi più rappresentativi dall’invenzione a oggi, sottolineando l’evoluzione della tecnica ed i rapporti con gli altri settori culturali. I problemi tecnici vengono esaminati successivamente, senza pignolerie da manuale, quando l’allievo ha preso coscienza del significato del linguaggio fotografico, attraverso la elaborazione di una serie di “Esercitazioni di grammatica della fotografia”, con le quali vengono di volta in volta studiate e applicate organicamente tutte le possibilità rappresentative e quindi espressive del linguaggio stesso.
Di difficoltà pratica progressiva, queste esercitazioni liberano l’allievo da preoccupazioni tecnicistiche, consentono la più ampia – ma autonoma e autosufficiente – libertà espressiva, sempre però maturata all’interno dell’esercizio, anzi rigorosamente nei suoi limiti e condizionamenti tecnici.

 

Dalla realizzazione di “fotografie senza macchina” (ottenute in camera oscura senza l’uso dell’apparecchio di ripresa, ma per impressione diretta sulla carta sensibile, dell’impronta, anche ingrandita, di oggetti e materiali) alla “esposizione variata del negativo” (conseguenze visive della “quantità di luce” in rapporto alla sensibilità dell’emulsione) all’analisi di “soggetti bidimensionali” (un muro, una superficie vitalizzata, trasformata figurativamente dalla posizione della luce e dal cambiamento del punto di ripresa) e “tridimensionali” (le variabili qui aumentano: punti di vista frontale diagonale radente, moltiplicati per una luce che a sua volta sfiora, è obliqua o di fronte); si passa quindi all’esame delle possibilità rappresentative sollecitate dalla utilizzazione della “profondità di campo”, dalla registrazione del “movimento”, della “luce settoriale”, dell’effetto dei “filtri colorati”.
Esercitazioni queste, che assumono un preminente significato progettuale, poiché sono condizionate dalla ricerca che l’allievo compie sull’oggetto, in una fase che precede addirittura la realizzazione dell’immagine provocata dall’oggetto stesso (un’immagine potenziale) del quale si considereranno tutte le possibili variabili visive bidimensionali.
Fotografare però significa anche raccontare; così l’allievo viene successivamente sollecitato a esercitare, attraverso l’uso esclusivo dell’immagine, la propria capacità narrativa, in una indagine che è programmata e stimolata metodologicamente dalI’atto della ripresa sino al coordinamento dialettico delle immagini, in un assemblaggio realizzato in collaborazione con i corsi di grafica e di semiotica, che inducono a precisare scientificamente i nessi semantici tra le immagini e l’organizzazione formale della pagina.
Nell’ambito di queste esperienze di narrazione visiva (progettazione di réportages, fotolibri, campagne pubblicitarie, ecc.) si è dato inoltre spazio alla sperimentazione di tecniche metafotografiche, attraverso una libera, anche fantastica, connessione tra i vari mezzi figurativi, al fine di sollecitare l’allievo a una costante azione progettuale, di intervento sulla realtà, dopo quella perentoria, inderogabile “presa di coscienza”, che il documento fotografico ha preventivamente concesso di riferire a sé e agli altri.

 

ABSTRACT - Photographic language and visual design

Of all the communication techniques, photography remains the most popular largely because of its apparent ease of execution, which represents its strong point but is also the reason for widespread diffidence. Its practice arouses the interest of sociologists and psychologists; a vast industrial knowledge structure governs this activity that is responsible for a dizzying volume of business. But photography is an intellectual product that is enjoyed daily, often unconsciously, through newspapers, books, advertising. “The illiterate of the future will be those who do not know how to use a camera like a pen” wrote Moholy-Nagy forty years ago: a prophesy that, despite its rhetoric, has become true following our society’s rapid turn of events. The act of photographing signifies choosing and therefore seeing (not just looking at) fragments of reality, according to free, subjective angles. Although photography can be a useful subject from primary school onwards, in a design school, it becomes an extraordinarily effective teaching tool. What should the student’s approach to photography be? Before being introduced to practical experiences, students should approach photography through its historical and aesthetic evolution. Technical problems should be dealt with at a later stage when students have become aware of the meaning of the photographic language, through the carrying out of a series of “Photographic grammar exercises”. Photography also means telling a story; students should be encouraged to develop their own narrative skills. This particular learning experience (planning of reportages, photographic books, advertising campaigns…) also leaves room for meta-photographic experimentation by freely combining the various figurative languages. After that mandatory “acquisition of awareness”, that the photographic document allows in advance to be referred to itself and to others. 

 

Franco Fontana promuove il design
Franco Fontana is a universally acclaimed master of colour landscape photography and an eternal optimist. He has won many awards, including the Merit of the Italian Republic, and has taken part in over 400 exhibitions.

 

Design digitale, Marco Miré
Marco Miré (cfr. “Fotostorica” n. 11-12, pag. 47), è nato a Los Angeles, dove vive, nel 1967, e si dedicai come free lance alla progettazione e all’animazione tridimensionale, specialmente per il cinema e per trasmissioni televisive.
Tra i lavori più recenti, creazioni di sintonia labiale e tracce di movimento per la “Available Light”, Burbank, California, e modelling-texture per “Toyota Kluger”.

 
 

Treviso, 17 novembre 2010

 

 
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