Fotostorica 19/20 - Agosto 2002 Dossier: Vacanze fotografiche: un'antologia

 
 
 
 
 
 
 
Copertina di un catalogo di apparecchi fotografici. Inizi '900.

Vacanze fotografiche: un’antologia
Italo Zannier

Esiste una “fotografia della vacanza”, come genere; il primo capitolo è quello del Grand Tour, quando il “nuovo trovato” di Daguerre e di Talbot, si sostituisce al tradizionale disegno o all’acquerello, che sono le tecniche praticate dai “pellegrini del Sole” nel Sei e nel Settecento, dal Nord al Sud, tutti alla avventurosa rierca di paesaggi esotici e archeologici.

Al posto delle camere “obscurae” o delle più agili e leggere camere “lucide”, nei bauli dei viaggiatori pionieri della dagherrotipia, dagli ultimi mesi del 1839 trova posto l’ingombrante attrezzatura del procedimento fotografico, che pesa circa cinquanta chilogrammi.

 

“Fotografia e viaggio”, “fotografia e vacanza”, sono tuttora binomi fondamentali per il successo (e il consumo, quindi il business) di questa tecnica, fin dal tempo dell’invenzione, quando l’editore parigino Lerebours progetta i suoi album a dispense,”Excursions daguérriennes”, avviati nel 1840, in seguito alla “notizia” di Arago-Daguerre, presentata a Parigi come “invenzione del secolo”. Un procedimento figurativo che, sembra magicamente, “non necessita di conoscenza del disegno né richiede abilità manuale”; e la “rapidità del metodo – osservava inoltre Arago –, è forse ciò che ha meravigliato di più il pubblico”.
Le acquetinte ottenute ricopiando i dagherrotipi di Vernet, de Prangey, Martens e pionieristicamente pubblicate da Lerebours, sono le prime immagini fotografiche “della vacanza”, se così intendiamo un “viaggio”, come il Grand Tour, che quel tempo era un viaggio intellettuale, oltre che salutare, verso i luoghi dell’Arcadia e del Sole.
Il piacere della scoperta esotica – che nell’Ottocento andava dalle Alpi al bacino del mediterraneo, ma che oggi tenta di spingersi addirittura verso la Luna, dopo la noia delle Havai o delle Barbados –, trova nell’immagine “documentaria” della fotografia, la più valida testimonianza di quell’avventura, di cui la fotografia è in grado di conservare il ricordo, che si vorrebbe mitico e che comunque appare spesso fantastico, piuttosto che reale, perlomeno nell’immaginazione.

 

Monumenti e paesaggi sublimi, costumanze indigene, sono i temi principali dei viaggiatori, sia degli antichi acquarellisti come Edward Lear, sia dei vacanzieri odierni che, zaino in spalla, sono ancor più velocemente a caccia di un emblematico ricordo da cogliere con la snap-photography, in diapositive da proiettare a qualche ignaro amico invitato a cena. Si ripercorre così il viaggio, che sino a quel momento è stato vissuto con l’occhio dietro il mirino, ma senza nulla “vedere”.
L’album di famiglia è il raccoglitore di questi souvenir fotografici, un bricolage di immagini proprie oppure acquistate nella boutique di cartoline, nei più vari formati dal “carte-de-visite”, allo stereogramma, al gigantesco poster “imperiale” (quaranta per cinquanta centimetri ), come offriva Carlo Naya nel 1870 a Venezia.
Tra i primi produttori e venditori di questi ricordi di viaggio, risaltano nell’Ottocento l’inglese Francis Frith, i francesi Bonfils, gli “italiani” Antonio e Felice Beato, uno a Luxor, l’altro a Yokohama, ma opera una miriade di fotografi “della vacanza”, soprattutto in Egitto, dediti al rituale sullo sfondo delle piramidi, oppure ad Atene o a Istambul, con il Partenone o Santa Sofia alle spalle.
Tra i primi turisti-fotografi Gustave Flaubert e Maxime Du Camp, viaggiano in Canga sul Nilo, poi in Nubia e nei Luoghi Santi; il primo scrive lettere, il secondo fotografa con il procedimento del “papier ciré”, dopo una sosta al bagno turco, e lavora “come un leone”, dirà l’amico Flaubert.
“Quanto alla Sfinge che sta ai piedi delle Piramidi e che sembra custodirle – egli aggiunge, scrivendo una lettera all’amico Bouilhet, il 15 gennaio 1850 –, le siamo piombati addosso a triplo galoppo. E ho provato una gran vertigine. Max era più pallido della mia carta (...) galoppavamo come pazzi furiosi, l’occhio teso verso la Sfinge che si ingrandiva, si ingrandiva e veniva fuori dalla terra come un cane che si alzi. Nessun disegno che io conosca ne dà l’idea, se non una eccellente lastra che ha fatto Max in fotografia”.

 

La fotografia offre dunque un’idea di realtà impossibile prima della sua invenzione, e paradossalmente suggerisce subito una realtà fantastica, come quella immaginata e descritta da Flaubert.
Poi i viaggi vengono favoriti da treni, biciclette, automobili e jet; via tutti in vacanza ed a fotografare, perché anche la fotografia fa parte della vacanza.
Con intuito commerciale George Eastman con la sua “Kodak n° 1”, propone alla folla sempre più numerosa di turista “voi premete il bottone (l’otturatore) e noi pensiamo al resto”. Ossia a restituire con la stampa del laboratorio, una buona immagine del viaggio, anzi, cento fotografie in sequenza, una dopo l’altra, e tutte snap.
In Italia, per Hoepli, Tranquillo Zanghieri sul finire dell’Ottocento compila un rigoroso trattatello sulla “Fotografia turistica”, mentre Giovanni Muffone dà alle stampe un manuale di successo, dal titolo significativo: “Come dipinge il sole”, offrendo ricette e allettanti promesse: “occhi lucenti di vetro ti guardano per le vie e per le case – osserva in una prefazione del 1902 – sul turf, sulla piattaforma dei bagni, in piroscafo e in pallone e tu vieni colpito e tramandato con spaventevole semplicità ai più lontani nepoti...”.

 

Anche le Regine, oltre ai Re (da noi, Vittorio Emanuale III fu un buon reporter di viaggio), fotografano durante la vacanza, e progettano itinerari specifici per la fotografia, come la Regina Alessandra d’Inghilterra, della quale è nota la sequenza eseguita durante una crociera assieme a Imperatori e rampolli reali, lungo il Mediterraneo, verso Malta.
Quell’album, riprodotto in collotipia, venne venduto a Londra “to be Sold for Charity”, con gran successo nel 1908.
La tecnica della fotografia stava d’altronde per massificarsi, mediante lastre e pellicole alla gelatina-sali d’argento, apparecchi più piccoli e maneggevoli, obiettivi più luminosi, che consentono l’istantanea; un click e via.
Poi il colore, il flash, gli apparecchi “usa e getta”, il digitale...; una “semplificazione”, che favorisce la fotografia di viaggio, e quindi di vacanza, anzi si integra con questa.
La vacanza è sempre di più “fotografica”, e nel mercato della fotografia, il settore più grande è proprio quello collegato alla vacanza, garantendo immagini splendenti di colori, per paesaggi ed esotiche nudità, dopo la castità delle spiagge Liberty.
Il fotografo di vacanza, si avventura ovunque nel suo viaggio colour, e le immagini saranno la prova più suggestiva del suo eroismo di reporter, che spesso non è altro che un inseguimento inutile di una folcloristica gondola sul Canal Grande, ma evviva la banalità.

 

Per terme e laghi: la villeggiatura del primo Novecento
Adriano Favaro

Un album fotografico del primo decennio del ‘900, appartenuto ad una anonima famiglia borghese settentrionale, ben ci rappresenta la consuetudine della villeggiatura estiva, così com’era allora concepita: le fotografie scattate con tutta evidenza da uno dei membri della famiglia, tra l’estate 1904 e il 10 luglio 1907, rappresentano anzitutto, com’è ovvio, i familiari ed i loro amici in vari contesti conviviali, documentando inoltre le bellezze dei luoghi di soggiorno (principalmente stazioni termali, laghi, località montane), i popolani locali, la gita con il calesse, la passeggiata sul lungolago, la gita in barca, i diversi passatempi praticati.
Le fotografie sono raccolte in un album Kodak/Berlino e distribuite nel seguente ordine e quantità: Recoaro n. 31; Cernobbio n. 20; Pallanza: n. 3; Collio n. 11; Lucerna n. 8; Roncegno n. 13.
Tra queste compaiono n. 19 albumine formato 8x10 cm; n. 69 stampe ai sali d’argento; le immagini vennero ottenute probabilmente con una folding Kodak dell’epoca (es. la macchina fotografica Folding Kodak Haw-Eyke del 1904 utilizzava pellicole da 118 mm, dalle quali si ottenevano fotogrammi formato 3 1/4, x 4 1/4, in pollici, ovvero il formato 8x10 cm delle immagini dell’album in questione).

 

Tra le località rappresentate figurano le famose terme di Roncegno, dalle acque ricche di proprietà terapeutiche, poste tra i castagneti delle frazioni di Monte di mezzo e di S. Brigida, per più di un secolo il posto ideale per un soggiorno dell’aristocrazia europea: basti ricordare che vi soggiornava anche la famiglia dell’imperatore Francesco Giuseppe.
Particolarmente ampia la serie che riguarda la villeggiatura a Recoaro, notissima stazione Termale fin dalla fine del ‘700.
Allora le acque di Recoaro erano maggiormente note con il nome di “acque di Valdagno”, “infatti in mancanza di una strada carrozzabile che collegasse Recoaro con il fondovalle, le acque terapeutiche venivano trasportate a dorso di mulo, per sentieri e viottoli fino a Valdagno, dove venivano riposte e consumate presso apposite farmacie che divenivano anche centro di ritrovo e di conversazione.
Già nella tarda primavera e in autunno il paese registrava un discreto movimento di visitatori, attratti dall’amenità del luogo e persuasi dai fogli propagandistici con cui venivano allora esaltate le virtù terapeutiche delle acque di Valdagno, che erano in fama di alleviare e curare numerosi e disparati disturbi.
Tra la fine del ‘700 ed i primi anni dell’800, Valdagno disponeva già di tutti i servizi e le strutture di una località di villeggiatura, nelle ville patrizie che si contavano nel numero di 21 e poi nei palazzi ed abitazioni private che accoglievano a pigione i villeggianti.

 

Qui fin dal 1723 erano usi a villeggiare anche i patrizi veneziani Cornaro, Pisani, Barbaro, Emo, “tutti col loro seguito di servi, dame e cavalieri, senza dubbio contribuendo a creare in ambito valdagnese una cornice di sfarzo e un’atmosfera di mondanità che mai si erano viste prima d’allora”.
Nella stagione delle cure non mancavano neppure gli spettacoli e le rappresentazioni teatrali di opere goldoniane o esibizioni di giocolieri e saltimbanchi.
All’inizio dell’800 anche la famosa contessa Isabella Teotochi Albrizzi, amante del Foscolo, in primavera si reca periodicamente a Valdagno per curarsi i reumi di cui era affetta (scriveva: “conto altresì di andarmene a Recoaro ed a Vicenza a bevervi le acque”), alloggiando o nella pensione della signora Rosa Paoli, o in casa Giorgetti, o all’albergo di Rocco Soster, che aveva ottima fama.

 
 

Treviso, 17 novembre 2010

 

 
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